Il calendario Amani 2015

Abbiamo scoperto le immagini di questo calendario grazie alle mostre Good Morning Africa e One Day in Africa curate dalla rivista Africa e ospitate in tutta Italia.

 

Ne abbiamo apprezzato l’attenzione al costante cambiamento del continente africano e la voglia di sottolinearne gli aspetti più contemporanei, originali e inaspettati; la capacità di seguire e rendere fruibili le storie più nascoste e interessanti.

 

Negli scatti dei fotografi delle agenzie Parallelozero e Luz selezionati per la 18° edizione del calendario di Amani emerge un’Africa fatta di gente comune, che allo stesso tempo riesce a sorprendere e a smontare gli stereotipi.

 

Un’Africa in cui, come sottolinea Pietro Veronese nella sua introduzione, « la fede – nella vita, nel domani, negli spiriti degli antenati e nella volontà di Dio – è più forte, più accettata, più condivisa che ovunque altrove. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta. Solo così risorge, ogni giorno. E noi con lei».

 

Il calendario Amani 2015 accompagna alla scoperta di un futuro che è già qui, di storie capaci di stupire, sensibilizzare, insegnare e contribuire a diffondere una visione fiduciosa sul futuro del continente africano.

 

Il ricavato delle vendite sarà destinato alle attività per gli ex bambini e bambine di strada di Kenya, Zambia e al sostegno dei rifugiati provenienti dai monti Nuba del Sudan.

 

Il calendario è disponibile in formato da parete (42 x 29,7 cm) al costo di €10 e in formato da scrivania al costo di €5, spese di spedizione escluse:

  • presso la sede di Amani: Via Tortona, 86 – 20144 Milano
  • telefonando al numero 02.48951149
  • scrivendo a segreteria@amaniforafrica.it

 

Vivere senza Maestri

E’ uscito l’ultimo numero della rivista “Amani”. Clicca sull’immagine per sfogliarlo online o scaricarlo in pdf.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’editoriale di Pietro Veronese:

Sul finire dell’anno scorso, il 5 dicembre, è mancato uno dei più grandi uomini dei nostri tempi, forse il più grande, Nelson Mandela. Già dal mese di giugno si sapeva che la sua anziana vita -aveva 95 anni- era appesa a un filo. E prima di allora, da tempo, per tappe successive, Mandela aveva lasciato la vita politica, e poi ogni impegno pubblico, ritirandosi progressivamente dalla ribalta mondiale che, dopo la sua uscita di prigione l’11 febbraio 1990, aveva lungamente occupato.

 

Quando è morto, Mandela era insomma soltanto un privato cittadino, un grande vecchio, sia pure un ex capo di Stato. In un certo senso non era nemmeno più un leader, anche se restava universalmente amato e riverito: non prendeva più posizione sui maggiori fatti politici né sulle dispute interne al suo partito, l’African National Congress; non si sapeva più come la pensasse, e nemmeno se fosse realmente informato degli avvenimenti correnti.


Viveva riparato dal mondo, tra le mura della sua bella casa di Houghton, a Johannesburg, oppure in quella di Qunu, il villaggio dove era cresciuto e desiderava morire ed essere sepolto.

 

Eppure, quando infine ha lasciato questo mondo al termine di una vita lunghissima, meravigliosa, colma di straordinarie realizzazioni, dalla quale si era piano piano e lungamente andato allontanando, i sudafricani e un gran numero di persone attraverso i continenti lo hanno pianto come se fossero all’improvviso rimasti orfani. Come se non fossero ancora davvero preparati a fare a meno di lui, non sapessero come fare senza di lui. Il motivo, secondo me, è semplice. Mandela è stato un maestro, un grandissimo maestro (non a caso Amani lo aveva scelto per la copertina del suo calendario 2007, dedicato ai Mwalimu, i grandi maestri dell’Africa postcoloniale). E vivere senza maestri è molto difficile.

 

 

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Giornata del Bambino Africano

 

 

Una volontaria di Amani ci racconta il percorso che porterà presto Nasotua, una delle ragazze della Casa di Anita, a partecipare come rappresentante del Kenya alla Giornata del Bambino Africano, il 16 giugno ad Addis Abeba.

 

Incontrai Nasotua alla Casa di Anita per la prima volta circa dieci anni fa: era una bimba di cinque anni, tra le più silenziose, un po’ per timidezza, un po’ per lo scarso inglese che conosceva al tempo. Non riuscivamo tanto a comunicare, ricordo solo lunghi sorrisi imbarazzati, giochi per rompere il ghiaccio, strette di mano e timidi abbracci una volta presa confidenza.

Sono stata così fortunata da riuscire a tornare negli anni con cadenza quasi regolare a Nairobi, e così ho avuto l’opportunità di veder crescere alcune ragazze di Anita, come Nasotua: nel 2007 la trovai decisamente più alta ma ancora molto timida, nel 2010 la riconobbi appena per quanto era cresciuta, nel 2012 era un’adolescente piena di parole da comunicare, di riflessioni da condividere e grandi sorrisi da regalare.

Quest’anno sono tornata ancora una volta a trovare la Casa di Anita assieme a degli amici italiani. Ho incontrato Nasotua sul sentiero davanti casa: era tardo pomeriggio, lei rientrava da scuola, appena mi ha visto mi è corsa incontro per salutarmi. Da parte mia non ho fatto in tempo a chiederle come stava che lei già mi parlava dell’esperienza che si apprestava a vivere: aveva appena saputo di essere stata scelta per rappresentare il Kenya durante le celebrazioni per la Giornata del Bambino Africano, un evento organizzato dall’Unione Africana e riconosciuto dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita dei bambini e dei ragazzi nel continente.

Ogni anno, dal 1991, il 16 giugno si ricorda la marcia avvenuta nel 1976 a Soweto, in Sudafrica, che vide migliaia di scolari scendere in piazza per protestare contro la scarsa qualità dell’insegnamento per i neri sotto il regime dell’apartheid, e per chiedere di poter studiare nelle proprie lingue natie. Il regime ordinò di sparare sui dimostranti, massacrando centinaia di ragazzi e ragazze.

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