Il Ritratto
Il Nobel dimenticato
Anno XXVI, n. 1 Maggio 2026 - di Pier Maria Mazzola
A domanda, risposta: quali sono i Nobel per la Pace sudafricani? “Mandela (più de Klerk, Nobel oblige), Desmond Tutu…”. A non tutti verrà subito in mente Albert Luthuli. Ci ha però pensato il tribunale di Pietermaritzburg a rinfrescarci la memoria, il 30 ottobre scorso, chiarendo finalmente le circostanze della sua morte. Il 21 luglio 1967, l’allora presidente dell’African National Congress (Anc) non fu travolto da un treno merci vicino a casa mentre attraversava un ponte ferroviario: no, Luthuli fu battuto a morte fino ad avere il cranio fracassato; l’incidente fu una messinscena della polizia. Chi desidera può “godersi” la pacata e pungente lettura della sentenza su YouTube: Inquest into the death of Chief Albert Luthuli.
Chief: capo. Capo dell’Anc per quindici anni fino alla morte. Ma ancor prima, dal 1935, chief della sua comunità zulu di Groutville, nella provincia del Natal. Albert John Mvumbi Luthuli era nato verso il 1898 a Bulawayo, odierno Zimbabwe, dove il padre era missionario avventista. Dopo la sua prematura morte, la mamma si portò i figli nella terra d’origine. Qui Albert studiò, diventò maestro, dedicandosi poi alla formazione dei nuovi insegnanti. Seguì inoltre le orme paterne nell’impegno ecclesiale, fino a far parte del comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese del Sudafrica, ruolo che lo porterà anche a viaggiare, per esempio negli Stati Uniti per sette mesi.
Per quanto fiero della sua identità tribale (il giorno del Nobel indosserà il copricapo di leopardo e l’iziqu, la collana dei guerrieri zulu), riluttava ad accettare la chieftaincy che gli veniva proposta. Indugiò per due anni, e nell’autobiografia Let my people go (in italiano Africa in cammino, 1969) ne spiega i motivi: dall’età a quelli economici (l’insegnamento era più remunerativo – consideriamo che era già padre e avrebbe avuto sette figli). Se cederà, è solo perché persuaso che… vox populi vox Dei. Vivrà il nuovo incarico con grande serietà, soprattutto imparando a comporre pazientemente le controversie. Ma il suo è, al tempo stesso, un ruolo governativo. E quando il suo antirazzismo lo farà schierare attivamente nella lotta all’apartheid, si vedrà costretto a una scelta. Nel 1952 anima la Defiance Campaign, una mobilitazione di disobbedienza civile gandhiana contro le leggi che stavano strutturando la segregazione razziale. Viene così acclamato presidente nazionale dell’Anc. «Io sono nel Congresso precisamente perché sono cristiano», spiegherà. «Il mio desiderio, in quanto cristiano, è di entrare nel vivo della lotta con altri cristiani».
Da allora resterà nel mirino del governo, spesso confinato quando non dietro le sbarre. Dal 1956 al 1961 sarà, con Mandela, tra gli imputati del Treason Trial, processo iniziato con un «cupo raid prima dell’alba» il giorno in cui entrarono in casa a prelevarlo. Nel 1960 gli sarà assegnato il Nobel, ma solo un anno dopo il governo gli concederà dieci giorni di tempo per andare a ritirarlo a Oslo. Qui, a chi gli propone l’esilio egli giura di «vincere o morire in Sudafrica». Appena rientrato, ecco i primi attentati dell’Umkhonto we Sizwe, il braccio armato che l’Anc aveva concepito dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960. Il passaggio alla lotta armata restò un tormento per Luthuli, intimamente nonviolento. Ma Sharpeville aveva fatto vacillare anche i migliori. «Cinque o dieci anni fa», confidò a un amico, «avrei detto loro che stavano seguendo la strada sbagliata, ora non saprei proprio cosa dire… Li capisco molto bene. Non posso biasimarli».
Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia, e anche dalla tristezza davanti al risultato nullo di tanta lotta. Il governo gli impedì anche di recarsi a Durban, a un’ora di macchina, per le cure. Accanto, incrollabile, la sposa e compagna di sempre, Nokukhanya Bhengu. «Questa», aveva dichiarato Chief Luthuli a Oslo, «è l’occasione più importante non solo della mia vita ma anche di quella della mia amata moglie. Perché, amici, il suo incoraggiamento, non un semplice incoraggiamento ma un sostegno attivo, mi ha fatto a volte temere che potesse lei stessa finire, un giorno, in prigione. Lei condivide pienamente con me questo onore».
Pier Maria Mazzola, giornalista e traduttore.