Articolo
30 ANNI
Selezionando le 12 fotografie che compongono il calendario 2026, abbiamo cercato di raccontare trent'anni di impegno in Africa al fianco dei bambini più vulnerabili. Gli scatti dei tanti volontari e amici che hanno viaggiato con noi descrivono il nostro agire quotidiano guidato dall'intento di mettere sempre al centro le persone.
Anno XXV, n. 2 Novembre 2025 - a cura della Redazione
Riportiamo il testo introduttivo del calendario scritto da Gian Marco Elia, presidente di Amani.
Amani compie 30 anni. Abbiamo mosso i nostri primi passi in Africa nel marzo del 1995, quando un piccolo gruppo di volontari arrivò nella periferia di Nairobi per unirsi al nucleo originario di giovani della comunità di Koinonia. Fu la nostra prima esperienza di campo, il primo impatto con le baraccopoli e il primo incontro con i bambini che vivevano in strada.
Pochi mesi dopo, in agosto, quando ancora non ci chiamavamo Amani, abbiamo portato con padre Kizito Sesana i primi aiuti ai Nuba, isolati dal mondo e dalla guerra sulle montagne del Sudan, tornandone con le prime testimonianze sul genocidio di cui i Nuba erano vittime.
Il 3 aprile 1996 Amani si è costituita legalmente in associazione. Da allora, in pochi anni, siamo passati dall’offrire ai bambini di Nairobi un’alternativa alla strada con qualche posto letto, un piatto caldo, una scuola improvvisata in giardino – e soprattutto ascolto e affetto – ai primi tre centri di accoglienza stabile e duratura, che non hanno mai smesso di operare. I voli sui Monti Nuba sono stati a lungo ripetuti e regolari, dando vita a un’importante operazione umanitaria e di informazione. Pochi anni dopo, partendo dall’esperienza fatta in Kenya, è cominciata quella in Zambia, con le prime attività per i bambini di strada di Lusaka.
In questi trent’anni, Amani è stata come un carro in costante movimento, sul quale molti amici sono saliti e dal quale sono poi scesi, percorrendo con noi un tratto del viaggio. “Viaggio” è forse la parola che meglio di ogni altra riassume la nostra storia. Abbiamo viaggiato per l’Italia e poi fino in Kenya, Sudan e Zambia, senza mai dimenticare l’intuizione iniziale: stare al fianco di una comunità locale e delle persone più fragili, sempre protagoniste, senza mai sostituirci a loro.
Il nostro viaggiare è stato reale, fisico, ma ha anche toccato l’anima di molti che l’hanno compiuto insieme a noi. Il suo scopo è stato – prima ancora dell’aiuto – l’incontro, sia in Italia che in Africa. In Italia, per creare conoscenza, consapevolezza e una rete di relazioni e di sostegno, una comunità diffusa e solidale che è diventata nel tempo una comunità di intenti. In Africa, per entrare in contatto diretto e senza filtri con l’altro, diverso da noi, disposti al dialogo, alla conoscenza e al confronto senza pregiudizi.
Di questo parlano le dodici foto del calendario. I protagonisti delle immagini sono gli africani. Vite che ricominciano con una tazza di tè caldo; comunità che si creano nelle attività domestiche; giornate che hanno al centro la scuola e il divertimento; il primo viaggio importante della vita, in un’Italia che è ancora capace di accoglienza. A quella parte del nostro Paese che non ne vuole sapere abbiamo cercato di ricordare, con la Porta d’Europa a Lampedusa, che non possiamo permetterci di perdere la nostra umanità.
Un calendario non ha la pretesa di riassumere una storia che dura da trent’anni, ricca di avvenimenti, traguardi, difficoltà, successi e sconfitte. Abbiamo operato bene e commesso anche molti errori, ma senza mai sostituirci alla visione, alle capacità e alle soluzioni che la comunità locale sa trovare. Per questo possiamo dire che nelle dodici foto c’è molto del nostro impegno, anche se al primo sguardo restiamo invisibili. La scelta di immagini che abbiamo fatto rispecchia un modo di comunicare che riteniamo da sempre fondamento della nostra identità. Le persone e le loro necessità, di cui ci facciamo portavoce, devono essere profondamente rispettate. Le parole hanno un peso, e così le immagini: non devono mai ledere la dignità della persona. Vogliamo sperare contro ogni speranza e vedere ogni giorno quanto di positivo c’è nel destino dell’essere umano.
Mentre concludo queste righe, ovunque le piazze italiane sono invase da fiumi di persone per le quali non è più tollerabile una violenza estrema e reiterata che sembra non avere fine. Abbiamo tutti capito ormai che non basta un like sotto il post dell’ultima ora per sentirsi concretamente impegnati a cambiare le cose e a costruire un mondo più respirabile e giusto. Se devo provare a immaginare i prossimi trent’anni di Amani – nome che significa pace –, mi auguro che il viaggio continui e che non manchino mai tra di noi giovani inesperti e curiosi, disposti a lasciare le proprie certezze per trovarne di nuove. Mi auguro che le persone escano, prendano e partano, per essere protagoniste del cambiamento.