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Come ti cambia il campo
Generazioni di volontari a confronto. Ricordi e insegnamenti dal viaggio di gruppo in Africa
Anno XXV, n. 2 Novembre 2025 - di Anna Ghezzi
C’è un prima e un dopo il campo. Nessuna pillola rossa tipo Matrix. Eppure nelle parole dei campisti degli ultimi 30 anni, tra i concetti che tornano di più, c’è proprio “cambiamento”. Personale, nella percezione del mondo, di sé, della giustizia e dell’ingiustizia. E poi amicizie che non finiscono, amori, famiglie. Trasformazioni tangibili, che continuano a portare frutti a distanza di mesi, anni, decenni. Figli, traslochi, viaggi, scelte professionali. Prospettive. “Un segno forte, che nel tempo si è trasformato in direzione”. “Un punto di partenza”. “Una traiettoria”. Una ridefinizione di priorità, una spinta. Tutto a partire da quell’aereo, quelle mani, quegli incontri, quelle strade percorse con persone nate a decine di migliaia di chilometri da noi.
In occasione del venticinquesimo raduno dei volontari e delle volontarie a Torriana, a luglio, è stato chiesto di prendere un foglietto, reale o virtuale. “Immaginate per un attimo di essere di nuovo tutti in cerchio, con due fogli bianchi in mano e tante penne e colori nel mezzo (la metà dei quali probabilmente non scrive) e mentre pensate che quei cerchi lì proprio non li sopportavate, fate ancora un ultimo sforzo e su uno dei due foglietti scrivete: il ricordo più bello del campo E sul secondo foglietto: cosa mi ha lasciato il campo con Amani?”. L’idea? Costruire una riflessione “degna di tutti i cerchi di tutti i tempi” a trent’anni dalla prima esperienza con padre Kizito da cui è germogliato tutto.
I ricordi hanno cominciato a piovere via email, da parte di chi non sarebbe potuto essere presente. E durante il raduno non era raro vedere le persone più disparate prendersi un momento, sedersi al tavolo. Un foglietto, una penna, pronti a riversare pezzi di sé e della loro storia con Amani e le persone incontrate in Kenya e Zambia su un quadratino di carta. Qualcuno sempre davanti alla bacheca a leggere quei foglietti appesi nel portico, teste inclinate, sorrisi.
Ma non è un’operazione nostalgia. E’ provare a unire i puntini di una comunità: d’altronde, “far parte o sentirsi parte di un gruppo ti dà una forza incredibile”.
E così si rincorrono parole come “consapevolezza e speranza”. Sentirsi accettati, “la ricchezza di costruire qualcosa in modo collettivo in un gruppo contraddistinto da un’elevata biodiversità umana”. La scoperta di parti di sé sconosciute, “un’energia vitale: fatta di condivisione, curiosità, ricerca, aiuto reciproco. Energia che muove, che unisce, che apre”. Concetti astratti che si fanno concreti nei ricordi di partite a calcio in strada “palla avanti e tirare in porta”, in balli e perline intrecciate da mani fino a poco prima sconosciute, cacce al tesoro, tramonti, bucati. Di ritorni “a casa in pullmino con le bambine di Anita cantando a squarciagola le loro canzoni”, della “notte delle elezioni 2017, incollati al televisore aspettando gli esiti”, di “buonanotte” appese a un letto a castello. Di “un bambino che ci prende per mano a un festival perché non dovevamo perderci”, di un altro con le stampelle che ti cerca al Children’s Day per suonare. Gli occhi di Sarah e gli sputacchi di Linette a Paolo’s Home, “il tempo lento/lentissimo ad aspettare che le cose avvengano”. “La delicatezza, l’ascolto”.
E così c’è chi ha fatto pace con la vita “perché le sventure capitano a tutti ma la differenza la fa la volontà di sottrarsi alla commiserazione e vivere onorando la propria esistenza e aiutando chi ha bisogno”. C’è chi ha cominciato il suo “percorso di decostruzione e decolonizzazione” delle idee che prosegue a distanza di 15 anni. Chi ha conosciuto e ora riscopre “un’energia bambina, vitale: fatta di condivisione, curiosità, ricerca, aiuto reciproco. Che muove, unisce, apre”. Chi è tornato con l’urgenza di impegnarsi “per la pace, per la giustizia sociale, per limitare le diffuse forme di disuguaglianza”. Chi sente “un senso di gratitudine che non è solo una bella parola, ma è un nodo alla gola, un pugno nello stomaco e un abbraccio insieme. Quella cosa che senti dentro e che ti cambia davvero”.
Quale può essere la portata di un cambiamento che viaggia sulle gambe di persone che crescono e invecchiano avendo imparato “Quanto è importante non lasciarsi sopraffare dallo sconforto del “non cambierà mai nulla”? Che “vedere il mondo per com’è è un privilegio e anche un po’ un dovere” e che la realtà “è sempre più complessa di come sembra a prima vista o di come la raccontano gli altri”? Cosa resta di questa “spinta costante a sperimentare nuove situazioni e conoscere”?
Restano “domande, più che risposte”. Un certo “senso di unità, collettività, resilienza e partecipazione”. Sospensione del giudizio, curiosità, ascoltare e rispettare. La “passione per l’altro”. “Guardare al mondo con uno sguardo diverso”. Il “valore immenso del senso di appartenenza degli uni agli altri”. Resta “l’impegno qui a casa”, “la certezza di non essere sole nella ricerca di qualcosa di più bello, più vivo, più profondo, più”. E, alla fine, di “aver fatto qualcosa di bello nella vita”. Che, tutto sommato, non è male.
Anna Ghezzi, giornalista e volontaria di Amani.