Bianco e Nero
Giustizia tardiva per Steve Biko
Anno XXV, n. 2 Novembre 2025 - a cura della Redazione
Stephen Bantu Biko, noto come Steve Biko (così comincia la voce di Wikipedia a lui dedicata), è stata forse la figura più luminosa della resistenza dei neri sudafricani al regime razzista dell’apartheid. A questa grandezza concorre certamente la sua tragica fine. Ma già prima del sanguinoso epilogo della sua vita, Biko si era conquistato una dimensione unica, per il suo relativo isolamento – non aveva alle spalle un vero e proprio partito, né una grande organizzazione politica, ma solo un vasto consenso morale, il rispetto universale della sua gente – e un pensiero nuovo, fuori dai ranghi, radicale eppure non violento, identitario ma universalista e ostile a ogni discriminazione. Quarantotto anni dopo la sua morte, la giustizia sudafricana ha deciso di riaprire la ricerca dei colpevoli, riportando così bruscamente a quei giorni lontani la memoria collettiva del Paese.
Biko morì trentenne in una cella di prigione a Pretoria, il 12 settembre 1977. Era stato a lungo picchiato e torturato; le percosse avevano provocato l’emorragia cerebrale che ne causò la fine. Il 25 di quel mese i suoi funerali a King William’s Town (nella foto che pubblichiamo) si trasformarono in una grande manifestazione politica, inaugurando quella che sarebbe diventata una cupa tradizione della lotta contro la segregazione razziale. C’erano 20.000 persone, diplomatici, leader dell’opposizione, personalità eminenti della società civile e delle Chiese protestanti.
Le autorità dissero che era morto per uno sciopero della fame, poi che aveva picchiato la testa mentre aggrediva i suoi carcerieri. La responsabilità degli agenti, il mancato soccorso furono poi accertati, ma nessuno fu perseguito. Adesso la giustizia vuole dare un nome e un cognome ai suoi assassini.