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Il continente delle megalopoli
Urbanizzazione, migrazioni e trasformazioni culturali condizionano la crescita delle capitali africane
Anno XXV, n. 2 Novembre 2025 - di Fabrizio Floris
Esistono fenomeni sociali che hanno un impatto significativo, ma restano, per così dire, invisibili. L’urbanizzazione nei Paesi del Sud Globale non fa eccezione alla regola. Eppure, a partire dagli anni ’60 vi è stata una crescita impetuosa delle città dei Paesi a basso e medio reddito che ha portato milioni di persone a spostarsi e (poi) a nascere dentro le città. Piccoli borghi di qualche migliaio di abitanti sono diventati colossali megalopoli. Kampala, ad esempio, è passata da 95 mila abitanti (nel 1950) ai 4.051.000 (attuali): una crescita del 4.389%. Nel 1950 tutta la popolazione urbana in Africa era costituita da 27 milioni di persone, oggi solo Lagos in Nigeria ha circa 30 milioni di abitanti.
Sono cifre che consentono di immaginare lo spessore delle trasformazioni culturali e sociali che si sono inevitabilmente accompagnate a mutamenti demografici e territoriali di un tale impatto. Sulla spinta dell’urbanizzazione i legami tribali o parentali o di casta, che costituivano il tessuto su cui si reggevano molte delle società tradizionali, e che determinano la forma e la distribuzione del potere, si sono necessariamente rotti o allentati, comunque modificati.
La popolazione delle città africane crescerà fino al 2050, secondo le stime di Un-Habitat, mediamente del 3,17% l’anno, mentre l’Asia e l’America Latina conoscono ritmi di crescita inferiori. I dati confermano che a crescere saranno le città dei Paesi poveri: in pratica un Paese più è povero, più si urbanizza. C’è si può dire un’urbanizzazione della povertà: un processo che sposta progressivamente i poveri negli spazi urbani, generando nuove forme di esclusione sociale e territoriale.
L’epicentro della crescita è l’Africa subsahariana nel 1950, la maggior parte dei Paesi africani era costituito da società agricole: solo otto Paesi avevano un livello di urbanizzazione superiore al 20 percento, mentre 26 paesi avevano un livello di urbanizzazione inferiore al 10 percento. Nel tempo, tuttavia, il tasso di urbanizzazione in Africa è cresciuto in modo significativo. Nel 2010, 47 paesi africani superavano la soglia del 20 percento e il numero di paesi con un’urbanizzazione superiore al 50 percento è più che raddoppiato. Nel 2015, il 50 percento della popolazione africana viveva in uno dei 7.617 agglomerati urbani. Ad oggi l’Africa è il continente dal più alto tasso di urbanizzazione al mondo. Secondo le previsioni, entro il 2050 oltre il 60% della popolazione africana vivrà in aree urbane. Si tratta di un processo spinto da vari fattori, tra cui la migrazione dalle aree rurali in cerca di opportunità economiche, istruzione e migliori servizi di salute in città. Molte città, come Lagos, Nairobi e Johannesburg, stanno vivendo un’espansione senza precedenti. La crescita spesso supera la capacità delle infrastrutture di adattarsi, causando sfide significative. L’espansione urbana avviene in modo disordinato, con la proliferazione di insediamenti informali e baraccopoli, dove le condizioni di vita sono estremamente difficili. Siamo di fronte a grandi sfide e opportunità. Le infrastrutture delle città africane non sono in grado di fornire servizi essenziali come acqua, elettricità, trasporti e alloggi adeguati a una popolazione in crescita. Sebbene l’urbanizzazione offra opportunità di crescita economica e innovazione, molti abitanti delle città rimangono intrappolati nella povertà, senza accesso a lavori stabili e ben remunerati. L’urbanizzazione continuerà a trasformare l’Africa, ma sarà cruciale gestire tale crescita in modo sostenibile.
Il problema che caratterizza l’urbanizzazione in questa parte del globo è l’assenza di crescita, o, meglio, un tasso di sviluppo inferiore alla crescita demografica e al tasso di urbanizzazione. L’urbanizzazione senza crescita è stata al centro di ricerche nella letteratura sia sullo sviluppo sia sull’economia urbana, e ha anche richiamato l’attenzione dal punto di vista politico. In un mondo in rapida urbanizzazione, comprendere questo fenomeno è una sfida fondamentale, tanto per gli accademici come per i politici, per almeno quattro fattori.
In primo luogo, la migrazione rurale-urbana nell’Africa subsahariana sembra essere il risultato di una “spinta”, più che di fattori di attrazione: il deterioramento delle condizioni di vita nelle aree agricole – peggiorate da cambiamenti climatici, elevata volatilità dei prezzi nel settore, disastri naturali e persino conflitti violenti – “spinge” le persone verso le aree urbane, senza alcun aumento della produttività. In secondo luogo, le infrastrutture urbane non crescono allo stesso ritmo dell’aumento della popolazione. Terzo, il modello di urbanizzazione nell’Africa subsahariana mostra un alto grado di concentrazione urbana: in molti Paesi c’è un’elevata percentuale di popolazione urbana che vive in un’unica grande città. Infine, i dati mostrano che l’accrescimento naturale della popolazione, dovuto a un’elevata fertilità e a tassi di mortalità più bassi, è un ulteriore fattore di aumento dell’urbanizzazione. Ne consegue un’urbanizzazione senza crescita che determina l’incremento della popolazione nelle aree informali della città: slum, baraccopoli, bidonville dove la città non c’è, ma è da inventare, autocostruire, autoprogettare. Qui tende a rompersi il nesso storico tra urbanizzazione e democrazia: la natura della città si allontana dalla sua funzione storica di espansione dei diritti.
Le prospettive dell’urbanizzazione futura in Africa sono complesse e multiformi. La popolazione urbana continuerà ad aumentare ed entro il 2050 la maggior parte della crescita demografica del continente sarà urbana. Alcune città saliranno al rango di megacittà, con oltre 10 milioni di abitanti. Ciò comporterà sfide infrastrutturali enormi, sia per l’approvvigionamento idrico che per la fornitura di servizi, abitazioni a basso costo e trasporti pubblici. A crescere saranno, soprattutto, le aree povere delle città, gli slum, che ancora non vedono le condizioni di vita delle rispettive popolazioni poste al centro delle politiche nazionali. Un deciso impegno nella stabilizzazione fondiaria di questi luoghi può essere un fattore rilevante per trasformare la capacità di risparmio degli abitanti in investimento e trasformazione del luogo. C’è un’ampia rete di associazioni che si sta muovendo in questa direzione. È tempo di ascoltarle.
Fabrizio Floris, docente di Sociologia dello Sviluppo e socio di Amani.