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Kenya, Generazione Coraggio
DALLA RIVOLTA 2024 ALLE ELEZIONI 2027, LA GEN Z SFIDA IL POTERE
Anno XXV, n. 1 Giugno 2025 - di Judie Kaberia
Video di giovani studentesse in lacrime, che gridano per avere giustizia, hanno invaso i media keniani – crudi, senza filtri e indimenticabili. Alcune in uniforme scolastica, altre in abiti di scena, decise nel loro sguardo di sfida, delle studentesse di una scuola femminile hanno affrontato i gas lacrimogeni, che le hanno colpite non come manifestanti ma come interpreti, durante un festival nazionale di teatro. Sono state prese di mira per aver osato mettere in scena un’opera, Echoes of War, che sfidava lo status quo. In un momento di “tranquilla ribellione” hanno cantato l’inno nazionale al posto delle battute del copione e hanno abbandonato il palco. Una protesta senza parole.
Questo episodio non nasce dal nulla: è frutto di un movimento, di un risveglio generazionale. Mesi dopo, l’eco delle storiche proteste guidate dalla Generazione Z in Kenya risuona ancora in tutto il Paese. Dalle strade di Nairobi ai villaggi più remoti, dagli hashtag alla resistenza silenziosa nelle aule scolastiche, è germogliato uno spirito di partecipazione civica senza paura.
Eppure, nonostante il grido disperato della Gen Z, il governo continua a seguire lo stesso modus operandi: impunità, corruzione, la nomina di figure discutibili a cariche pubbliche. Le promesse non mantenute rimangono nell’aria come un cattivo presagio e le libertà di espressione e di riunione sono sempre più minacciate. Il governo ha scelto di aggrapparsi alle vecchie tattiche, ignorando le richieste di responsabilità e giustizia della generazione più giovane.
Il lato positivo è che il ricordo di quei coraggiosi giovani uomini e donne continua a risuonare, da un angolo all’altro del Paese, in tutta l’Africa e nel mondo.
Queste proteste hanno portato il Kenya all’attenzione mondiale per motivi sia positivi che inquietanti. Positivi, perché una generazione da tempo liquidata come pigra, dipendente dagli schermi e apatica, si è finalmente risvegliata e lo ha fatto in un momento inaspettato.
Erano gruppi di giovani che hanno iniziato a mobilitarsi online. Non gli importavano razza, tribù, partito politico o status sociale. Si sono uniti per una causa comune: combattere l’impunità, aggravata da un disegno di legge finanziaria oppressivo che proponeva misure fiscali radicali, minacciando di schiacciare una classe media già al limite per l’aumento vertiginoso del costo della vita. Migliaia di giovani di ogni estrazione sociale hanno invaso le principali città del Kenya, con Nairobi come epicentro del movimento.
L’aspetto inquietante è stato la reazione del governo, che ha schierato poliziotti armati per torturare, arrestare, rapire e sparare ai manifestanti.
Secondo il rapporto del 2024 della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Kenya, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 63 giovani, ne hanno ferito oltre 600, arrestato arbitrariamente 1.376 e fatto sparire altri 74.
Le proteste hanno segnato un cambiamento rivoluzionario nel modo in cui l’attivismo viene organizzato. La Gen Z non si è limitata a partecipare: ha ridefinito la cultura della protesta fondendo strategia digitale e impatto reale, cogliendo di sorpresa sia la nazione che le forze dell’ordine.
Hanno usato internet come campo di battaglia, sfruttando le piattaforme online per diffondere informazioni, organizzarsi e creare contenuti virali. Con meme creativi, hashtag personalizzati e mappe digitali, hanno aggirato la censura e si sono coordinati in tempo reale.
Ma la genialità digitale non è stata l’unica innovazione. Sul campo, le zone di protesta erano organizzate nei minimi dettagli, con soccorritori, personale medico, vie di fuga e spazi sicuri mappati. Una chiesa nel centro di Nairobi è persino diventata un centro di coordinamento non ufficiale.
Il momento più simbolico è arrivato quando i manifestanti hanno superato le barriere del Parlamento, uno spazio un tempo ritenuto impenetrabile. La loro velocità, imprevedibilità e comunicazione in tempo reale hanno reso inutili i tradizionali sistemi di sicurezza.
È stato molto più di una semplice dimostrazione: è stato un cambio di paradigma. Le conversazioni digitali della Gen Z si sono trasformate in movimenti fisici, dimostrando che l’attivismo non ha più bisogno delle organizzazioni storiche. Si sono mobilitati, finanziati e protetti autonomamente, creando un nuovo prototipo di potere popolare.
A mesi di distanza, lo spirito della Gen Z è ancora vivo in Kenya. La loro rivolta ha risveglaito tutto il Paese. Oggi, un numero crescente di cittadini – non solo i giovani – partecipa attivamente alla vita politica. Fanno domande scomode, chiedono responsabilità e si concentrano su problemi reali invece che sulla vecchia e stanca retorica politica.
Queste proteste sono state rivoluzionarie per tutte le generazioni. Hanno messo in discussione l’atavica politica tribale del Kenya e mostrato la forza dell’unità al di sopra della divisione. Per decenni, il tribalismo ha corroso la democrazia, trasformando la politica in un gioco di fedeltà etnica piuttosto che in una questione di leadership e integrità. La Gen Z ha respinto tutto questo, formando alleanze tra regioni, classi e comunità per chiedere giustizia, uguaglianza e riforme.
Questa audacia ha scosso l’élite politica. I leader eletti oggi devono affrontare cittadini arrabbiati, stanchi di promesse non mantenute, soprattutto in ambiti cruciali come la sanità. Fischiati, contestati e talvolta cacciati, molti politici ora temono il proprio popolo.
Anche nelle aree più remote, i keniani stanno alzando la testa. Conoscono i loro diritti e non hanno più paura di parlare. Gli eventi nazionali, trasmessi in diretta, sono diventati palcoscenici di protesta: cittadini che si alzano e se ne vanno, fischiano o voltano le spalle ai leader in cui non credono più.
Questo coraggio ha un costo. Decine di giovani sono stati uccisi, altri sono scomparsi, molti sono stati feriti, alcuni giacciono ancora senza nome negli obitori.
Sebbene le prossime elezioni generali in Kenya siano previste per agosto 2027, il clima politico suggerisce che siano molto più vicine. I politici sono già in piena modalità da campagna elettorale, saltando da una regione all’altra, lanciando progetti incompleti, ingigantendo i propri successi e cercando disperatamente di riconquistare il favore dell’opinione pubblica. Alcuni inaugurano fognature o pilastri di cemento come fossero grandi opere, nel tentativo di riscrivere la narrazione delle promesse mancate del 2022.
Ma lo scenario è cambiato: l’elettorato – specialmente i giovani – è diventato più attivo, più informato e molto meno indulgente. La classe politica affronta ora una pressione senza precedenti da parte di cittadini che non tollerano più gesti simbolici o teatrini politici.
Nel 2022, l’astensionismo giovanile era un grosso problema. Nonostante l’aumento degli elettori – da 19,6 milioni nel 2017 a 22,1 milioni -, il numero di giovani registrati è diminuito del 5,27%, con solo il 39,84% dei votanti appartenente alla fascia giovanile. Molti attribuiscono questo calo alle promesse disattese e alla disoccupazione dilagante. Ma questa tendenza potrebbe invertirsi. Il rinnovato impegno civico della Gen Z potrebbe ridefinire le elezioni del 2027. Molti giovani promettono non solo di votare, ma anche di candidarsi. Il movimento sceso in piazza ora si prepara a conquistare le urne.
Judie Kaberia, giornalista keniana pluripremiata, si occupa di diritti umani, politiche pubbliche e parità di genere.