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La guerra è tornata tra i Nuba
Dopo tre anni di conflitto in Sudan, i monti che erano diventati un rifugio sono stati nuovamente colpiti
Anno XXVI, n. 1 Maggio 2026 - di Marco Trovato
I primi bagliori dell’alba dissolvono lentamente il cielo fitto di stelle che ha vegliato sull’ultima notte nei Monti Nuba. La luce arriva con esitazione, si fa strada a piccoli passi, mentre il buio arretra, quasi riluttante: come se anche il giorno dovesse trovare il coraggio di mostrarsi in una terra segnata dalla guerra. È stata una notte lunga e scomoda, trascorsa nella savana, accovacciati sui sedili rigidi di un fuoristrada fermo davanti a un check-point chiuso. Una notte inquieta, dove il silenzio non è mai davvero silenzio: ogni fruscio, ogni respiro del vento tra l’erba alta amplifica l’attesa, dilata il tempo, dà voce ai pensieri.
Padre Kizito, 82 anni, si allontana di qualche passo dal veicolo, si stira, scioglie le spalle indolenzite. Capelli arruffati, barba bianca, sguardo magnetico, il volto segnato dalla stanchezza ma attraversato da una serenità quieta. Ha l’aria di chi è abituato alla fatica, come un vecchio leone irriducibile: segnato dal tempo, ma ancora padrone del proprio territorio. Resta lì, in piedi, aspettando che il posto di blocco riapra, che qualcuno decida che possiamo proseguire. Io rimango dentro, intorpidito, appoggiato al finestrino impolverato. Il richiamo dei galli si diffonde nell’aria ancora fresca, sottili colonne di fumo si alzano dalle capanne. Le donne compaiono lungo i sentieri, dirette ai pozzi con taniche vuote che presto torneranno piene e pesanti. I loro passi sono lenti ma sicuri, scanditi da una routine antica che resiste, anche qui, dove tutto il resto sembra cedere. I villaggi emergono dalla penombra: grappoli di capanne dai tetti di paglia, aggrappati alle montagne come nidi d’uccelli. Da lontano appaiono fragili. Eppure custodiscono una tenacia silenziosa, una quotidianità che non si arrende.
Siamo reduci da una settimana trascorsa a documentare il nuovo fronte meridionale della guerra in Sudan. Non è stato un lavoro di osservazione a distanza: è stato un attraversamento, fisico e umano. Abbiamo visto ciò che il mondo continua ostinatamente a non guardare: civili colpiti senza pietà, fosse comuni, corpi lacerati dalle schegge, campi e mercati svuotati di vita. I droni hanno cambiato il volto del conflitto: invisibili, silenziosi, colpiscono dall’alto senza preavviso. Non c’è rifugio, non c’è tempo per fuggire. Intere comunità possono scomparire in pochi istanti. È una guerra che ha perso ogni confine — materiale e morale — e che non distingue più tra civili e combattenti.
A ricordarcelo è una fila di ragazzi che emerge dall’erba dorata. Avanzano in fila indiana, pieni di energia, quasi fossero in gita. Ridono, si incitano, si mettono in posa davanti alla macchina fotografica. «Forza!» gridano, dita a V in segno di vittoria, pugni alzati. In testa, un soldato dall’aria severa batte un bastone sul terreno, scandendo il passo come un metronomo ruvido. Sono giovani volontari dello Sudan People’s Liberation Movement–North, lo storico movimento di liberazione del popolo Nuba. Hanno risposto alla mobilitazione. Fino a poco tempo fa, la guerra sembrava appartenere ad altri luoghi, ad altri destini. Ora è arrivata fin qui, alle porte dei loro villaggi, e li ha chiamati uno a uno. Marciano verso un campo di addestramento. Tra poche settimane saranno al fronte.
I loro padri hanno combattuto una guerra diversa, di resistenza. Oggi è tutto più confuso. I vertici militari nuba hanno scelto di allearsi con i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido, gli stessi che in altre regioni del Sudan sono accusati di atrocità sistematiche e violenze indiscriminate. Una decisione controversa, che ha diviso le comunità e sollevato interrogativi profondi. E che ha trascinato questa regione — per oltre due anni rifugio fragile ma reale per più di un milione di sfollati — nel baratro di un conflitto ancora più complesso e feroce.
Il bilancio è enorme: duecentomila morti, quindici milioni di sfollati, il doppio in condizioni di fame estrema. È la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, eppure resta largamente ignorata. Una guerra alimentata dalla bramosia di potere di due generali, sostenuti da interessi regionali e globali. Sullo sfondo, il Sudan appare sempre più come un territorio conteso per le sue risorse: oro, petrolio, acqua. Ricchezze che attraggono armi micidiali, soldati e mercenari. Qui distinguere tra buoni e cattivi è quasi impossibile. L’unica certezza sono le vittime: civili, soprattutto donne e bambini, testimoni di un orrore che non conosce fine.
Eppure i Monti Nuba restano di una bellezza disarmante. Villaggi di terra incastonati nella roccia, sentieri invisibili che si insinuano tra gole e creste. Due milioni di persone vivono qui, in una costellazione di comunità diverse per lingua e tradizioni, ma unite da un legame profondo con queste montagne. Per secoli sono state rifugio e difesa. Oggi sono anche una trappola. Padre Kizito conosce ogni piega di questo paesaggio, a cui sembra appartenere quanto le rocce antiche e gli alberi sparsi. Da oltre trent’anni porta aiuti umanitari, costruendo legami che resistono al tempo e alla guerra. Al suo passaggio la gente lo saluta sbracciandosi, nei villaggi accorre per stringerli la mano con riconoscenza. Il suo nome è un lasciapassare, pronunciato ovunque: quasi una leggenda viva. «Mi sono chiesto spesso perché questo posto mi chiami così tanto», dice. «Forse perché qui è ancora possibile vivere l’essenziale. Le relazioni contano più delle strutture. Conta la vita, così com’è». Il sole ormai alto incendia le montagne di rosso. Si dice che queste alture parlino. Kizito resta in silenzio, come in ascolto. Poi sussurra: «Dopo tanta violenza e dolore, arriverà la pace. Non so se farò in tempo a vederla, ma sarà l’inizio di una storia nuova. Una rinascita».
La rivista Africa ha pubblicato sul numero di marzo-aprile un reportage esclusivo dai Monti Nuba. www.africarivista.it
Padre Kizito Sesana sarà a Milano domenica 7 giugno in occasione di “100 Afriche”, la grande festa organizzata dalla Rivista Africa presso il Centro Internazionale di Quartiere (MM3 gialla – Porto di Mare). Il programma prevede un incontro-testimonianza insieme al giornalista Marco Trovato, condotto da Francesco Cavalli, per fare luce sulla situazione umanitaria tra i Monti Nuba, nel Kordofan meridionale, e raccontare una delle guerre più drammatiche e meno narrate del continente africano. Maggiori informazioni: www.africarivista.it/100afriche
Marco Trovato, direttore editoriale della rivista Africa.