Articolo
La patente per parlare d’Africa
Anno XXV, n. 1 Giugno 2025 - di Pier Maria Mazzola
Ho il diritto, io, bianco, europeo (e maschio), di scrivere o parlare di Africa?
Parrebbe la domanda di un bisnipotino pentito di nonni colonialisti tormentato da scrupoli tardivi. Eppure non è questione oziosa. È stata (ri)portata con forza alla ribalta per esempio quattro anni fa, quando, dopo la declamazione che Amanda Gorman fece di una sua poesia alla inauguration di Biden, fu il momento di tradurre in altre lingue l’opera della talentuosa ragazza afroamericana. Ricordiamo come, a partire dall’Olanda, i traduttori e traduttrici prescelti furono poi rimpiazzati con altri perché la loro biografia era estranea a quella dell’autrice. «Allora non posso neanche tradurre Omero, dato che io non sono un greco dell’VIII secolo a.C.», reagì il traduttore (scartato) catalano.
Acqua passata? Eccessi presto riassorbiti dal pendolo della storia? Non è detto, tanto più in un momento come questo in cui le pulsioni più violente ritrovano diritto di cittadinanza, e anche le migliori intenzioni cadono sotto sospetto, da destra come da manca. Girata la domanda iniziale a Le Chat di Mistral, l’emergente IA europea non si sottrae alla risposta, e precisa le precondizioni: «le voci africane siano al centro delle discussioni sull’Africa»; «è fondamentale evitare di appropriarsi di elementi culturali senza il dovuto rispetto» e «riconoscere i limiti della propria prospettiva». E così di seguito.
Ma forse ancor più interessante è rilevare come discussioni analoghe scaldino lo stesso mondo africano e della diaspora. Da decenni. Chi, tra gli autori africani, è titolato a scrivere di Africa? Il primo spartiacque è la questione linguistica. I grandi nomi della letteratura nero-africana devono la fama a come hanno saputo esprimersi in inglese o in francese: le lingue del colono. Non dell’Africa. Per farselo “perdonare” dovevano rendere incendiaria la loro critica e denuncia del colonialismo (che comunque non meritava certo di meglio). Ma quando qualcuno, come il presidente-poeta senegalese Senghor, non sfoderava toni abbastanza aguzzi con la Francia – o addirittura le riconosceva dei meriti culturali –, era gioco facile marchiarlo come un lacchè di Parigi. Ricordavamo la volta scorsa su queste pagine l’attacco sferzante, ormai proverbiale, di Soyinka (salvo ricredersi più tardi) alla Negritudine senghoriana.
Nel frattempo non è passato invano Ngugi wa Thiong’o, kikuyu del Kenya, che nei suoi romanzi e pièce ha lasciato l’inglese per la lingua madre. Sulla sua scia, il senegalese Boubacar Boris Diop è passato più tardi dal francese al wolof. Le loro sono scelte di campo argomentate e stimolanti, e coraggiose, considerate le difficoltà che può conoscere un’industria culturale in aree linguistiche così relativamente ristrette. Ma tale opzione giustifica la condanna a priori, di “tradimento”, di chi ha fatto altre scelte? Tanto più che molti scrittori vivono ormai stabilmente in Francia o altrove fuori del loro continente di origine.
Da diversi anni c’è un brillante polemista senegalese che, punto sul vivo, si batte per il diritto a narrare senza prima dovere ogni volta fare professione di fede anticolonialista o, più esattamente, antifrancese. Nel suo pamphlet I buoni risentimenti. Saggio sul disagio postcoloniale (e/o, 2024), Elgas – al secolo El Hadj Souleymane Gassama – confuta con vivacità, senza risparmiarsi nomi e cognomi, l’accusa di «alienato» lanciata a lui e a quelli come lui dagli autonominati giurati del «tribunale dell’“identità autentica”», accusa che anzi ritorce, dal momento che in troppi casi gli accusatori fruiscono a loro volta degli spazi culturali loro concessi (ingenuamente o furbescamente) dalla Francia per inveire contro Parigi. Ma, chiede Elgas, «cosa significa essere un autore africano? Una domanda diventata inesauribile […] Ma, suvvia, si può mai dare una risposta? L’identità può essere messa nero su bianco e applicata a tutte le traiettorie? Dobbiamo fornire prove di razza o di etnia?».
Già: «razza»… Cacciata dalla porta, eccola rientrata dalla finestra, e per mano stessa delle vittime storiche della nozione di razza. Così, oggi, mentre da un lato c’è chi difende l’irrilevanza del sesso biologico, dall’altro si tende a “biologizzare” l’appartenenza razziale (o altra). Guardando soprattutto agli Stati Uniti e a quanto accade in quel mondo accademico con il fiorire dei black studies, jewish studies, feminist studies, ecc., Dominique Schnapper, direttrice di studi alla grande École des hautes études en sciences sociales, critica la recente abitudine che vede i ricercatori essere tanto gli attori come l’oggetto della ricerca. «La lotta per l’uguaglianza delle donne dovrebbe essere condotta esclusivamente da donne in nome di un differenzialismo assoluto (solo le donne saprebbero comprendere le donne e avrebbero il diritto di lottare per l’uguaglianza)», ha scritto Schnapper, «la lotta per l’uguaglianza dei diritti dei cittadini di origine africana, condotta esclusivamente da “razzizzati”; la lotta all’antisemitismo, condotta esclusivamente da ebrei, e così via». Come, insomma, se soltanto quelli della tribù fossero autorizzati a parlare della propria tribù. È un approccio che tende a erigere steccati, e ad escludere chi della stessa tribù non faccia parte. Come se la tribù fosse un fatto “naturale”, di più: chi non ha già una sua appartenenza si affretti ad affiliarsi a una sua “tribù”.
E invece, conclude Elgas – che accanto a colleghi di prestigio che come lui si trovano alla barra degli accusati, quali Alain Mabanckou (docente al College de France!) e Mohamed Mbougar Sarr (premio Goncourt!), pone anche francesi come il sociologo Georges Balandier che già nel 1951 demoliva, in uno storico saggio, «la situazione coloniale» –, «riscoprire la spensieratezza e la libertà, perseguirle a qualunque costo, è il candore ostinato della mia ricerca per l’Africa e per il mondo».
Pier Maria Mazzola, giornalista e traduttore.