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NICE, ancora un anno e tanto da fare
PER IL PROGRAMMA DI SOSTEGNO PER BAMBINI VULNERABILI E CON DISABILITÀ È TEMPO DI BILANCI E DI INTERROGATIVI SUL FUTURO
Anno XXV, n. 1 Giugno 2025 - di Raffaella Ciceri
Due anni. Sono trascorsi due anni dall’avvio di NICE a Nairobi e dalle parole del capo progetto Gabriele Messori emergono volti, centinaia di volti che vorremmo poter conoscere uno per uno mentre sono impegnati a riprendere in mano il loro futuro.
NICE è il programma di interventi per il sostegno familiare e scolastico dei bambini di Nairobi che vivono in strada o hanno disabilità, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Un programma triennale – dal 2023 al 2025 – gestito da Amani (capofila) insieme a Koinonia Community (partner locale) e alle due organizzazioni italiane Cittadinanza ed EducAid. Quattro realtà con specializzazioni diverse, un unico obiettivo: far tornare i bambini a scuola e assicurarsi che continuino a frequentarla nel lungo periodo, intervenendo anche a supporto delle famiglie d’origine, laddove possibile, per aiutarle a uscire dall’indigenza e raggiungere quel minimo di stabilità e autonomia economica che permettano di mandare i figli a scuola e costruire per loro opportunità di futuro.
Il futuro, sempre lui. Ora che NICE è entrato nel terzo (e ultimo) anno di attività, inevitabilmente è il momento di interrogarsi su come, e quanto, gli interventi stiano generando i cambiamenti che ci si aspettava. E soprattutto se questi cambiamenti avranno le gambe per durare nel tempo.
Per Gabriele non c’è dubbio che il progetto abbia imboccato la strada giusta e che i risultati stiano arrivando. Nei suoi panni di project manager è abituato a ragionare anche in termini di numeri e rendicontazioni, ma quando si ferma a raccontare gli sviluppi di NICE, i numeri lasciano spazio ai volti, ai nomi, alle storie di chi ce l’ha fatta o ce la sta mettendo tutta, insieme a maestri, educatori, infermieri, vicini di casa… tante piccole comunità di persone che stanno partecipando ai processi di cambiamento innescati da NICE, e li stanno vivendo insieme.
C’è Sarah: sua figlia Gloria ha 8 anni ed è affetta da una grave disabilità. Dopo un periodo in riabilitazione grazie all’ambulatorio di fisioterapia della Paolo’s Home, Gloria oggi è iscritta in una scuola pubblica e frequenta regolarmente le lezioni. Così Sarah ha recuperato il tempo per gestire una piccola rivendita con cui riesce a sostenere la famiglia.
C’è David, che prima viveva in strada ma ora è tornato a casa e frequenta anche la scuola: grazie al piccolo sostegno economico garantito da NICE, la mamma ha aperto una bancarella di alimentari al Kawangware market e oggi ricava abbastanza denaro da pagare l’affitto e far studiare David e i suoi fratellini.
Ci sono i volti degli insegnanti e dei funzionari ministeriali che si sono messi in gioco per ripensare l’istruzione a partire da una baraccopoli di Nairobi: per abbattere barriere architettoniche e migliorare l’integrazione, lavorando perché l’Educazione Inclusiva dell’Agenda 2030 non sia solo uno slogan da inserire nelle riforme scolastiche ma produca accoglienza reale, anche per un alunno disabile o un bambino che viene dalla strada.
«Il traguardo che mi motiva di più è vedere tanti bambini e ragazzi che hanno cambiato vita e che in questi mesi hanno avuto l’opportunità di essere inseriti o reinseriti nel percorso scolastico – spiega Gabriele–. Non avrebbero avuto modo altrimenti di sviluppare le loro potenzialità».
Il programma di interventi di NICE è stratificato: «Per alcune attività abbiamo già raggiunto i risultati attesi – continua Gabriele –. Per esempio, Cittadinanza aveva l’obiettivo di seguire 500 bambini con disabilità: questa soglia è stata ampiamente superata e oggi tutti questi bambini sono assistiti attraverso i servizi di fisioterapia, logopedia e riabilitazione funzionale».
EducAid invece lavora per l’inclusione scolastica: «Dopo alcune difficoltà burocratiche con il Ministero dell’Istruzione, sono stati avviati i laboratori per i dirigenti scolastici e gli insegnanti in tre scuole pilota. Ora stiamo recuperando il ritardo iniziale. Il percorso di formazione ha già coinvolto più di 150 docenti, che a loro volta potranno disseminare tra i colleghi quanto hanno appreso». Sono iniziati anche i lavori in muratura: «Abbiamo cantieri aperti in diverse scuole per ridurre le barriere architettoniche, costruendo rampe di accesso o adattando aule e servizi igienici».
La sfida più complessa riguarda probabilmente le attività gestite direttamente da Amani, che insieme a Koinonia si sta concentrando sul recupero dei bambini che vivono in strada per reinserirli a scuola ma anche e soprattutto in famiglia, affiancando il nucleo familiare perché raggiunga la sua autonomia. «Abbiamo dovuto dedicare gran parte del primo anno alla progettazione. Oggi siamo un po’ in ritardo rispetto ai numeri ma non siamo preoccupati, perché tutto procede bene. Stiamo affiancando più di cento famiglie, che diventeranno 250 entro la fine dell’anno, e continuiamo a ricevere segnali positivi sul fatto che stiano raggiungendo il loro equilibrio».
Gabriele sottolinea che un progetto come NICE ha radici lontane. Le riflessioni condotte negli anni all’interno di Amani e il cambio di prospettiva adottato da tempo insieme alla comunità locale di Koinonia, per moltiplicare il supporto ai bambini di strada anche attraverso il sostegno alle loro famiglie e al sistema scolastico, grazie all’integrazione con Cittadinanza ed EducAid stanno dimostrando che uno più uno più uno più uno può fare molto più che quattro, se si conserva lo sguardo locale e quel senso di comunità che spesso è più facile trovare in una baraccopoli di Nairobi che a Milano.
Raffaella Ciceri, giornalista di Lodi, volontaria di Amani dal 2007.