Editoriale
Per mano in un mondo spietato
Anno XXV, n. 1 Giugno 2025 - di Chiara Avezzano
Sono al mercato di Muthurwa a Nairobi. La giornata è piovosa e siamo tutti con i piedi nel fango. Mi intrattengo con un venditore di frutta e verdura, un signore di una certa età che beve del tè per scaldarsi. Mi racconta che la vita è diventata difficile, gli chiedo come mai e mi risponde: «Politica».
Sono venuta a Muthurwa accompagnando gli educatori di strada di Koinonia in una delle loro uscite, qui seguono un gruppo composto perlopiù da ragazze: hanno tutte circa vent’anni, dormono al riparo di una tettoia, una accanto all’altra, per difendersi dal freddo e dal mondo. Oggi abbiamo ritrovato una ragazza che tempo fa stava alla Casa di Anita, finita la scuola fu riportata a casa da uno zio, poi iscritta ad un corso professionale per diventare parrucchiera. Ultimamente, quando la scuola chiude e ha vacanza, non ritorna più a casa ma viene qui a Muthurwa. Un giorno le chiesi perché e mi disse che una volta le mancavano i soldi per rientrare; non riuscendo a trovare lo zio pensò bene di chiamare le sue amiche che vivevano in strada, le quali senza troppe storie le inviarono quanto le serviva e la accolsero a braccia aperte. Alla riapertura della scuola di solito torna puntuale e riprende i suoi corsi. Stavolta invece non lo ha fatto, perciò gli educatori sono venuti a cercarla. I ragazzi che vivono qui li hanno condotti da lei in men che non si dica.
Ogni volta che vado in strada resto affascinata dalla rete che esiste e che non riesco a ritrovare altrove così forte. Le cosiddette “basi di strada” sostituiscono in tutto e per tutto la famiglia quando non c’è o non è capace di assicurare un rifugio sicuro per i suoi figli. Ho conosciuto ragazze scappate da un padre violento, da una madre che non le capisce, da una vita fatta di abusi, atterrate senza sapere bene come in questo mondo parallelo, fatto di fango, freddo, abbandono, rifiuto. Qui trovano anche legami saldi, amicizia, affetto, protezione. Quando vado a trovarle mi sento subito coinvolta in questa solidarietà diffusa, vengono ad abbracciarmi, si assicurano che io sia a mio agio, mi tengono d’occhio per fare in modo che nessuno mi dia fastidio.
Ho scoperto che il gruppo di strada con cui vivono le sostiene in tantissimi modi. Quando una di loro deve partorire, il gruppo si organizza e la accompagna in ospedale con un carretto di solito usato per distribuire taniche di acqua, mentre la ragazza soffre per le doglie e si abbandona alla cura dei suoi amici. In ospedale i ragazzi minacciano infermieri e dottori nel caso in cui non vogliano assisterla perché la ragazza non ha abbastanza soldi per pagarsi il ricovero, e quando il bambino è nato tornano a prendere lui e sua madre per portarli via, di nuovo al sicuro nel mercato di Muthurwa.
Qui ho conosciuto anche una signora che vende saponi e prodotti igienici distribuiti in ordine su di un telo alle porte del mercato. La signora un tempo viveva in strada, poi è stata aiutata a mettere in piedi questo piccolo business, e ora restituisce il regalo ricevuto aiutando come può tutte le ragazze che vivono a Muthurwa: conserva i loro documenti, quando partoriscono le invita a stare per qualche giorno da lei, se hanno un problema le ascolta e le guida, regala loro i saponi e fa in modo che si sentano protette.
Quando vai in strada ti colpisce il modo in cui vivono i ragazzi, le ragazze, i bambini. La strada è un mondo ingiusto in cui da anni cerchiamo di fare qualcosa, perché non è una vita dignitosa quella che le persone qui sono costrette a vivere. Non è giusto dormire dentro sacchi di iuta, cacciati e malmenati all’improvviso dalla polizia perché il posto scelto per dormire è troppo visibile agli occhi della gente perbene. Non è giusto elemosinare del cibo e perdersi nelle droghe perché non c’è nessuno che si occupa e si preoccupa per te, e quello resta l’unico modo per sopravvivere al freddo e alla fame.
Ma qui esiste ancora forte quel senso di comunità che altrove non vedo più. In metro a Milano se ti senti male te la devi cavare da solo, nessuno si avvicinerà a te per chiederti se hai bisogno di aiuto. A Nairobi in strada non importa chi sei, da dove vieni e cosa hai fatto per essere lì: sarai comunque accettato e protetto.
Mentre il signore della bancarella di frutta e verdura mi offre del tè e mi parla di politica, io penso alle ripercussioni evidenti che hanno le decisioni prese dai cosiddetti “potenti della Terra” in questo mercato alla periferia di Nairobi: i dazi, gli accordi internazionali, le dichiarazioni di guerra… E penso che i ragazzi e le ragazze di Muthurwa abbiano trovato il modo migliore per sopravvivere a questo mondo ingiusto: prendendosi per mano.
Chiara Avezzano, socia e responsabile della progettazione e del coordinamento dei progetti di Amani in Africa.